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La novità: diagnosi di Parkinson tramite la risonanza magnetica

Studi sponsorizzati dalla Fondazione Grigioni determinano l'inizio di una rivoluzione

Fino a 20 anni fa, gli unici mezzi a disposizione per la diagnosi di malattia di Parkinson erano l’esame neurologico svolto da un neurologo con esperienza sui disturbi del movimento e l’esame autoptico. L’esame neurologico permetteva una diagnosi di “probabile” malattia di Parkinson, con un notevole margine d’incertezza, soprattutto nei primi 5 anni di malattia, quando i sintomi sono simili ad altre forme di parkinsonismo. L’esame autoptico permetteva una diagnosi certa, basata sul reperto dei tipici “corpi di Lewy” nelle cellule nervose dopaminergiche malate, situate in una particolare area del cervello, la sostanza nera. Studi di confronto avevano documentato che il margine di errore clinico era considerevole (15-20%).

Poi, è stato introdotto DATSCAN, un tracciante radioattivo che si lega a strutture presenti sulla superficie delle terminazioni nervose delle cellule e deputate al trasporto di dopamina. La scintigrafia del cervello, dopo l’iniezione di DATSCAN per via endovenosa, permette di ottenere una stima della quantità delle terminazioni nervose dopaminergiche presenti. Questo esame, assieme all’esame neurologico, permette una diagnosi affidabile di malattia di Parkinson.

La scintigrafia con DATSCAN presenta una serie di limitazioni, ad esempio vi sono pochi centri di centro di Medicina Nucleare in grado di eseguirla e le liste d’attesa sono molto lunghe.

Monitoraggio per lo sviluppo di farmaci che rallentano la progressione di malattia

Un’altra considerevole limitazione della scintigrafia con DATSCAN è che comporta l’esposizione a radioattività. Pertanto, per motivi etici, l’esame non può essere ripetuto per monitorare l’andamento della malattia (quanti neuroni dopaminergici sopravvivono ancora?) e quindi per studiare seriamente gli effetti di terapie che potenzialmente potrebbero rallentare la progressione della malattia.

Screening a scopo preventivo

Inoltre, non può essere usato come strumento di screening nei soggetti a rischio (per es. in chi ha un consanguineo affetto da Parkinson oppure che è stato esposto a sostanze tossiche legate alla comparsa di Parkinson, come gli idrocarburi). Sappiamo che la distruzione dei neuroni dopaminergici inizia molti anni prima dell’esordio della malattia. La diagnosi precoce di Parkinson, cioè effettuata quando la malattia non è ancora asintomatica, sarebbe molto importante, perché è più probabile che le terapie potenzialmente protettive possano essere efficaci nelle fasi iniziali della malattia. Qualora questa possibilità esistesse, le istituzioni e le aziende farmaceutiche avrebbero l’obbligo di fare ricerche per mettere a punto una terapia preventiva, ovvero che blocchi la malattia prima dell’esordio.

I vantaggi della risonanza magnetica

Queste limitazioni possono essere superate ricorrendo alla risonanza magnetica, un esame che comporta solo l’esposizione a un campo magnetico e non a radiazioni, in grado di individuare cambiamenti nella quantità di neuromelanina, che diminuisce progressivamente con la morte dei neuroni dopaminergici. Il primo ricercatore che ha avuto questa idea è stato il Dr Zecca (1, 2). Gli studi supportati dalla Fondazione consistono nella messa a punto di una particolare sequenza per l’acquisizione di neuroimmagini, per rendere l’esame il più sensibile (capace di individuare la malattia quando è presente) e specifico (ridurre al minimo gli errori di diagnosi) possibile. Quando il protocollo avrà superato la fase sperimentale (3), sarà disponibile un esame che non solo si potrà usare a scopo di monitoraggio e di screening, ma anche un esame facilmente accessibile, perché si avvale di un’attrezzatura disponibile presso molti centri su tutto il territorio italiano.  

Fonti: 

  1. Zecca L et al FEBS Lett. 2002 Jan 16;510(3):216-20.
  2. Zecca l et al. Proc Natl Acad Sci U S A. 2004 Jun 29;101(26):9843-8.
  3. Isaias et al Front Aging Neurosci.2016 Aug 22;8:196