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Stimolazione sacrale: una soluzione per la stipsi nel Parkinson?

carrieroIntervista al Dr Alfonso Carriero, specialista in chirurgia generale, coordinatore della Unità di Colon-Proctologia a Modena

JH: Dottore, mi risulta che lei sia un esperto di stipsi. Come si arriva ad essere esperti di un argomento così particolare?

AC: Io sono di Brindisi. Da ragazzo volevo andare al nord e così ho fatto, raggiungendo Modena, dove ho incontrato un professore che mi piaceva e che si occupava di questo. Mi sono appassionato, mi sono specializzato in chirurgia e mi sono dedicato a questo settore, dove ormai ho quasi 30 anni di esperienza.

JH: Tanti pazienti affetti da malattia di Parkinson soffrono di stipsi. Quando vale la pena di intervenire?

AC: Innanzitutto cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando. Un paziente non è stitico perché non va di corpo tutti i giorni o perché ogni tanto fa fatica ad evacuare. Un pazienti è stitico quanto il paziente presenta almeno due delle seguenti caratteristiche: va di corpo meno di 3 volte alla settimana; deve sforzarsi per evacuare, le feci sono dure, ha la sensazione di non essere andato di corpo a sufficienza, ha bisogno di ricorrere a manovre varie (per es. si aiuta con un dito) per andare di corpo almeno 1 volta su 4 ; non ha mai feci molli a meno che abbia preso un lassativo; non ha sintomi caratteristici del colon irritabile, come per es. dolore addominale

JH. Supponiamo che un paziente parkinsoniano sia veramente stitico (per es. va di corpo meno di 3 volte alla settimane ed almeno una volta su 4 si deve sforzare per evacuare perché le feci sono dure). Quando è che la situazione diventa pericolosa e bisogna rivolgersi ad un esperto come Lei?

AC: Nella malattia di Parkinson la stipsi è dovuta ad un rallentato transito delle feci nell'intestino. Questo non è pericoloso. Vale la pena di intervenire solo se la stipsi compromette eccessivamente la qualità di vita.

JH: E questo chi lo decide? Lei o il paziente?

AC: Lo decidiamo insieme, caso per caso, a seconda del vissuto del paziente, a seconda dell'impatto che la stipsi ha sulla sua vita quotidiana. Il problema della stipsi va inquadrato nel contesto della persona nella sua interezza. Solo così è possibile stabilire l'appropriatezza di una eventuale terapia ovvero che è probabile che il paziente possa trarre beneficio da essa. E se una terapia non è appropriata, non vale la pena di iniziare un percorso diagnostico per approfondire il problema.

JH: Allora Lei non fa esami diagnostici a tutti.

AC: No, vale la pena di indagare la stipsi solo se è stato stabilito che una terapia può essere appropriata. Noi somministriamo una serie di questionari al paziente che ci permettono di categorizzare la stipsi: il questionario della Cleveland Clinic che valuta la gravità della stipsi, un diario delle abitudini intestinali che fornisce informazioni sul tipo di stipsi, nonché questionari sulla qualità di vita come SF-46, che valuta la qualità di vita in generale, la PAC QoL che valuta l’impatto della stipsi sulla qualità di vita e MMPI-2 per valutare eventuali problemi emotivi. Poi, in base a queste informazioni, il colloquio con il paziente e l'esperienza clinica si decide se proseguire oppure no. Gli esami diagnostici servono e sono appropriati solo se è richiesto un intervento terapeutico

JH: Se si decide di proseguire, che cosa succede?

AC: Verrà effettuata una serie di indagini, tra cui si annoverano la colonscopia che permette di vedere in quali condizioni è il rivestimento del grande intestino, evidenziando, per esempio, eventuali polipi; una valutazione funzionale, con misurazione del tempo di transito nel grande intestino (il paziente assume una sostanza radioattiva e radiografie permettono di vedere con quale velocità procede nell'intestino); la manometria ano-rettale per misurare la pressione ed i volumi a livello dell'ano e del retto. Alla fine, quando tutte le informazioni sono disponibili, si deciderà come intervenire.

JH: Ho saputo che da Lei è anche possibile fare un intervento simile alla DBS (stimolazione cerebrale profonda) ovvero la stimolazione sacrale. A chi serve questo tipo di intervento?

AC: Può essere utile in pazienti selezionati in cui è stata persa l'integrità della innervazione della zona anorettale, per esempio a causa di un intervento di chirurgia anale precedente

JH: Ed in che cosa consiste? E' simile all'intervento di DBS oppure no?

AC: Anche in questo caso consiste nell'impianto di elettrodi, ma il posizionamento è molto più semplice, dato che non avviene in un organo così delicato come il cervello, ma in vicinanza del nervo pudendo che controlla la funzione anorettale. Anche qui abbiamo un'estensione ad un stimolatore che viene impiantato sottopelle. L'impianto avviene in anestesia locale.

Prima dell'impianto vero e proprio si effettua una prova della durata di un mese, per vedere se la stimolazione del nervo pudendo è veramente utile. Durante questo mese lo stimolatore rimane all'esterno. Se il paziente trae beneficio dalla stimolazione, allora si procede all’impianto definitivo.

JH: Dove ci si può rivolgere per questo tipo di intervento?

AC: E' importante rivolgersi ad un centro specializzato, che adotta un approccio multidisciplinare coinvolgendo tutti i professionisti necessari e che abbia una ampia esperienza nel settore. Se i pazienti desiderano rivolgersi al mio centro, dove opero con il Servizio Sanitario Nazionale, possono cercarmi su Internet www.acarriero.it

JH: Allora per riassumere: la stipsi nella malattia di Parkinson non è pericolosa; vale la pena di considerare un intervento solo nel caso in cui la qualità di vita sia gravemente compromessa dalla stipsi. In questo caso bisogna rivolgersi ad un centro specializzato che adotti un approccio multidisciplinare. Dr Carriero, grazie per il tempo che mi ha dedicato.