Il viaggio è di fronte a noi

Avevo 53 anni quando ho ricevuto la diagnosi.

Diventi un invalido e ragioni da invalido, che è la cosa peggiore.

Non mi sono arreso, e spronato da mia moglie ho ripreso in mano la mia vita, sono uscito dal torpore, ho ricominciato da dove avevo lasciato, sono più lento, ma arrivo dove voglio arrivare con caparbietà.

Ho ripreso a camminare sul Cammino verso Santiago de Compostela e quando sto bene vado al lavoro a piedi (8 km circa). Gli specialisti e gli studi clinici consigliano, spronano a camminare perché è una parte importante della cura.

All’inizio non ero convinto, un boccone amaro da ingoiare per me, che ero stato a Santiago più volte prima che il Parkinson facesse la sua comparsa.

Ero scettico, ma ora non più.

Camminare è parte della terapia, è un coadiuvante dei farmaci, una risorsa in più, specialmente quando arrivano i blocchi.

Bisogna uscire, camminare in spazi più ampi della casa, per sentirsi vivi. I miei bastoncini da trekking sono diventati parte di me.

Ho percorso il Cammino nel 2002, nel 2004, nel 2007, e dal 2013 cammina con me anche mia moglie Diana, con lei sono stato altre 6 volte a Santiago, percorrendo tappe giornaliere di: 22, 34, 18 ,27 e 43 km!

L’ultimo cammino, partendo da Porto (in Portogallo) verso Santiago, lo abbiamo fatto dal 2 al 15 di agosto 2025, quando alle 10,20 del mattino, con alle spalle 283,47 km percorsi, ci siamo abbracciati in Plaza Obradeiro.

Ci sono stati giorni difficili, ma non mi sono arreso ed ho camminato, perché volevo camminare, volevo dimostrare al Parkinson la mia fibra bergamasca.

Ora ho 62 anni, come passa il tempo, ma non deve passare la speranza di nuove cure. 9 anni cadenzati dalle visite dei neurologi del CTO di Milano che cercano la cura perfetta, non è facile, i farmaci non sono curativi ma se non li prendi stai peggio. I giorni non sono più tutti uguali, il mattino non è uguale al pomeriggio con all’orizzonte la DBS come possibile strada. Io voglio vivere, non limitarmi a

sopravvivere, ho un sogno, sconfiggerlo, non è facile e forse non sarà possibile ma dobbiamo osare l’impossibile perché la nostra volontà è più potente del morbo.

Perché sappiamo ancora stringere con fermezza la mano dell’amico, abbracciare i nostri cari, alzarci diritti, anche se con fatica, davanti al Parkinson e ricordargli che non ci avrà mai come vuole lui.

Ho scritto un libro, per dare speranza ed un sorriso, per abbracciare chi come me vivrà la sua vita, il Parkinson non ha diritti su di noi. Il Parkinson non può avere l’ultima parola.

Non perdiamo tempo a voltarci indietro, il viaggio è di fronte a noi

Roberto

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