La scrittura come atto terapeutico

Quando nel febbraio del 2024 un mio confratello mi propose di mettere per iscritto la mia esperienza di malato di Parkinson, mai avrei immaginato potesse farmi così bene sedermi al computer a scrivere. La maggior parte delle volte lo scrivere è fatica, soprattutto se il contenuto è ciò che portiamo dentro di noi. Se poi a farci compagnia è lo scomodo ospite di una malattia degenerativa come il Parkinson, il tutto può sembrare impossibile.

Quale sorpresa ebbi nell’accorgermi che rientrare con la mente in me stesso mi aiutava a mettere in ordine tutta una serie di pensieri e sensazioni capaci solo di nascondere il tesoro del mio io più profondo e più vero. Ecco perché, dopo aver scritto la prima pagina del mio “Diario di Quaresima”, in cui ho cercato di descrivere il mio rapporto con la malattia di Parkinson, non ho più smesso di scrivere.

In poco tempo (il tempo appunto dei quaranta giorni di cui è composta la Quaresima) portai a termine il mio primo scritto, constatando che scrivere non era affatto una cosa difficile, ma stava diventando, per me, un’“esigenza mentale” per trovare l’equilibrio tra il convivere con la malattia e il portare avanti i miei impegni di servizio, come cappellano di due case di cura: un ospedale e una RSA. Lo scoprirmi “malato tra i malati” è diventato, ad un tratto, lo stile con cui presentarmi nel mio ministero, quasi un “biglietto da visita” con cui portare il mio interlocutore a conoscenza della mia malattia senza vergogna, presentandola come “compagna di viaggio” che, se anche risulta essere uno scomodo bagaglio, ho imparato, col tempo, a farmi “amica”. Con il Parkinson sto ancora imparando a convivere e sperimento che certi compagni o ti sforzi di ignorarli (ma nel caso di una malattia questa non è scelta saggia!) o impari a conoscerli, capirli, accoglierli, credendo che anche una malattia ha qualcosa da insegnarti riguardo al tuo limite e alla verità di te stesso.

Scrivendo ogni giorno come convivo col Parkinson, mi sono accorto che, pur limitandomi nelle mie attività, la malattia mi aiuta a fare i conti con la realtà della mia fragilità. Lo scoprirmi debole e dipendente dagli altri, per la terapia farmacologica, la fisioterapia e a volte il sostegno psicologico, mi ha portato a instaurare un rapporto di maggior fiducia con il prossimo. L’accorgermi del rallentamento che la malattia di Parkinson impone ai miei ritmi di lavoro mi sta aiutando a vivere con più pacatezza le relazioni, senza fare prevalere il correre da una attività all’altra, per lasciare spazio all’incontro e al dialogo coi malati che mi sono stati affidati. Se non altro, ho imparato a dare un ordine di importanza ai miei impegni, senza più l’ansia di doverli svolgere, per forza, in un determinato lasso di tempo. Questo cambiamento dei miei ritmi di vita lo ritengo uno dei frutti dell’esercizio di scrittura e della convivenza col Parkinson.

Portato a termine il mio primo libro, pubblicato nel febbraio del 2025, ho continuato a mettere per iscritto alcune riflessioni su figure bibliche colpite e redente nella malattia. Anch’io sono rimasto sorpreso quando, alla consegna della bozza del mio secondo libro, il direttore della casa editrice con cui collaboro mi ha definito una “macchina da guerra”, avendo tra l’altro comunicato la mia intenzione di continuare a scrivere su un altro aspetto della mia malattia correlato al Parkinson: la depressione. Così nel giro di un anno mi sono trovato a pubblicare i primi due libri e a scriverne un terzo, forse il più impegnativo vista la tematica trattata. Ora anche la bozza del terzo progetto è stata consegnata e il nuovo libro sarà pubblicato nel prossimo anno (2026). Chiuso il “trittico sulle malattie”, ho subito messo mano ad un progetto sull’“Invecchiare con cura” che vorrei provare a scrivere in collaborazione con l’equipe di psicologi, geriatri e assistenti sociali con cui già mi interfaccio su alcuni casi nelle due strutture in cui opero come cappellano. Ritengo un “frutto del Parkinson” anche questo desiderio di allargare la collaborazione per il mio nuovo progetto. Se non sentissi il bisogno di essere sostenuto in questo lavoro di scrittura – in cui l’atto dello scrivere è diventato un desiderio di lavorare insieme a chi ho accanto – probabilmente continuerei a fare come ho sempre utilmente fatto: rientrare in me stesso per trovare qualcosa da offrire agli altri. Ora invece in me è maturato anche il desiderio di imparare – guardando al mondo ricco di esperienze e consigli che è l’età avanzata – a collaborare con quello che sono (malato tra i malati) più che con quello che ho (tempo, competenze e risorse) o riesco ancora a fare.

Anche se la malattia di Parkinson mi limita molto nei miei impegni e servizi, la garanzia di poter contare su dei collaboratori (non ultimi i tanti volontari che coordino nel mio ministero) è uno sprono ed un sostegno a continuare a scrivere sulle realtà che incontro, nonostante e grazie al Parkinson.

don Claudio Dell’Orto

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