Un articolo pubblicato nella sezione “Punti di vista” della rivista Lancet Neurology analizza le evidenze a favore dell’ipotesi che la malattia di Parkinson potrebbe essere correlata ad un processo infiammatorio che non riguarda solo il cervello ma tutto l’organismo. In questo processo il microbiota intestinale potrebbe essere il responsabile dell’attivazione del sistema immunitario. Gli autori dell’articolo hanno raccolto le evidenze scientifiche a favore di questa ipotesi e sui meccanismi che ne sono alla base.
Abbiamo parlato più volte del microbiota, la flora batterica intestinale, e di come cambia nella malattia, è un tema di grande attualità, i nostri nutrizionisti hanno già sottolineato il suo possibile ruolo nell’origine della malattia e ci hanno dato indicazioni su come modificare la dieta per favorire lo sviluppo dei batteri “buoni”. Sappiamo infatti che le persone con Parkinson hanno una flora batterica intestinale differente, con una riduzione dei ceppi di batteri ad azione antinfiammatoria e un aumento di quelli che favoriscono l’infiammazione. Negli studi su animali da laboratorio questo favorisce l’aggregazione dell’alfasinucleina, che in questa forma è tossica per le cellule e induce neuroinfiammazione; l’alfasinucleina aggregata sarebbe coinvolta nella degenerazione delle cellule della sostanza nera che porta alla comparsa della malattia. I dati scientifici raccolti sull’uomo suggeriscono che intestino e sistema immunitario potrebbero essere coinvolti già nelle fasi precoci di malattia. Comprendere i meccanismi che sono alla base di questo processo potrebbe aiutarci a capire meglio come si sviluppa la malattia.
Per quanto riguarda il cervello, le cellule responsabili della reazione immunitaria sono le cellule della microglia, mentre nel resto dell’organismo intervengono sia le cellule dell’immunità innata sia i linfociti: qual è il meccanismo che collega l’attivazione dei linfociti T con la microglia? Secondo gli autori, il microbiota intestinale potrebbe modulare l’attivazione del sistema immunitario attraverso linfociti T “autoreattivi”, cioè diretti contro proteine dell’organismo stesso come l’alfasinucleina, che potrebbero contribuire alla neurodegenerazione. La malattia di Parkinson ha infatti dei tratti in comune da un punto di vista genetico ed immunitario con le malattie autoimmuni: gli autori citano una maggior frequenza di malattia di Parkinson nelle persone con malattie infiammatorie croniche intestinali (colite ulcerosa e malattia di Crohn) e sappiamo che infiammazione e immunità hanno un ruolo in alcune malattie del sistema nervoso centrale.
Nell’articolo si sottolinea il concetto che il sistema immunitario possa favorire l’accumulo di alfasinucleina nell’intestino e nel cervello, perché i batteri intestinali stimolano le cellule immunitarie a produrre sostanze infiammatorie, le citochine, favorendo il processo neurodegenerativo; le evidenze nell’animale da esperimento sono a favore dell’ipotesi di un legame tra disbiosi, neuroinfiammazione e origine della malattia. Unitamente ai fattori genetici, la disbiosi potrebbe quindi rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo della malattia. Questa ipotesi da un punto di vista clinico apre importanti e stimolanti prospettive, perché potrebbe permettere di sviluppare terapie specifiche dirette al sistema immunitario o all’asse cervello-intestino, uno dei campi in cui la ricerca è particolarmente attiva, aggiungendo un altro tassello alle nostre conoscenze sulla malattia di Parkinson.
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