Da anni la ricerca si sta concentrando su strumenti che permettano di riconoscere il Parkinson prima, seguirne l’evoluzione nel tempo e, in prospettiva, migliorare le cure.
Un passo in questa direzione arriva da uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista NPJ Parkinson’s Disease del gruppo Nature. I ricercatori hanno individuato nel sangue una proteina chiamata JNK3, un enzima finora conosciuto soprattutto per il suo ruolo nei meccanismi di danno e morte dei neuroni. JNK3 può essere misurato nel plasma, attraverso un semplice prelievo di sangue, e i suoi livelli risultano più alti nelle persone con Parkinson.
Quando i neuroni iniziano a soffrire, JNK3 aumenta nel sangue, diventando una sorta di “spia” del danno neuronale. Lo studio ha mostrato che livelli elevati di JNK3 non si trovano solo nelle persone con Parkinson già diagnosticato, ma anche in soggetti con disturbo del comportamento del sonno REM, una condizione che in alcuni casi può precedere di anni la comparsa dei sintomi motori. Questo suggerisce che JNK3 potrebbe aiutare a intercettare la malattia molto prima che diventi clinicamente evidente.
Un altro aspetto importante è che JNK3 si è dimostrato più preciso rispetto ad altri marcatori studiati in passato. I suoi livelli sono infatti collegati al danno dei neuroni dopaminergici e all’accumulo di α-sinucleina, elementi che caratterizzano il Parkinson. In altre parole, JNK3 non segnala solo la presenza della malattia, ma riflette anche i meccanismi biologici che la causano.
Questo nuovo biomarcatore potrebbe in futuro essere utilizzato per diagnosticare il Parkinson in fase precoce, monitorare l’evoluzione della malattia e aiutare i medici a scegliere i pazienti più adatti per studi clinici su nuove terapie. Inoltre, comprendere meglio il ruolo di JNK3 potrebbe aprire la strada a trattamenti mirati, capaci di proteggere i neuroni dal danno.
È importante sottolineare che questo test non è ancora disponibile nella pratica clinica quotidiana. Serviranno ulteriori studi per confermarne il valore diagnostico. Tuttavia, la scoperta rappresenta una speranza concreta: quella di arrivare a una diagnosi più precoce, a cure più personalizzate e, in prospettiva, a una migliore qualità di vita per le persone che convivono con la malattia di Parkinson.



