L’inquinamento atmosferico è da tempo oggetto di studio per i suoi possibili effetti sulla salute. Un ampio studio condotto in Danimarca su oltre 3 milioni di persone adulte ha osservato che chi è stato esposto per molti anni a livelli più elevati di alcuni inquinanti dell’aria – in particolare particolato fine (PM2.5), biossido di azoto (NO₂) e black carbon – ha mostrato un rischio leggermente maggiore di sviluppare la malattia di Parkinson nel corso del tempo.
Il materiale particolato aerodisperso è l’insieme delle particelle atmosferiche solide e liquide sospese nell’aria ambiente. Il termine PM2,5 identifica le particelle con diametro aerodinamico inferiore o uguale a 2,5 µm; è detto anche particolato fine, denominazione contrapposta a particolato grossolano, che indica le particelle sospese con diametro superiore a 2,5 µm (in ambito tecnico spesso riferite alla frazione compresa tra 2,5 e 10 µm). Le principali sorgenti del particolato fine comprendono quasi tutti i processi di combustione: i motori di auto e motoveicoli, gli impianti per la produzione di energia, la combustione della legna per il riscaldamento domestico, gli incendi boschivi e numerosi processi industriali. Il biossido di azoto (NO₂) è un tipico inquinante dell’aria esterna, originato prevalentemente dal traffico veicolare; è inoltre tra gli inquinanti più comuni dell’aria indoor. In ambiente chiuso, le principali fonti sono rappresentate da radiatori a cherosene, stufe e radiatori a gas privi di scarico e dal fumo di tabacco. Il black carbon è la frazione di particolato carbonioso misurata tramite l’assorbimento della luce, si forma attraverso la combustione incompleta di combustibili fossili, biocarburanti e biomassa.
La malattia di Parkinson è una patologia complessa, la cui comparsa dipende probabilmente dall’interazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali. In questo studio, i ricercatori hanno seguito i partecipanti per quasi 16 anni in media, utilizzando registri sanitari nazionali per identificare le nuove diagnosi o l’inizio di terapie specifiche per il Parkinson. I risultati hanno mostrato un’associazione statistica tra esposizione a lungo termine ad alcuni inquinanti e aumento dell’incidenza della malattia. L’aumento del rischio osservato è risultato modesto, ma costante per determinati inquinanti.
È importante chiarire che un’associazione statistica non significa automaticamente un rapporto diretto di causa-effetto. Studi di questo tipo, pur molto solidi per numerosità e qualità dei dati, possono essere influenzati da diversi fattori (ad esempio differenze individuali nello stile di vita, nella suscettibilità genetica o in altre esposizioni ambientali). Inoltre, il rischio individuale di sviluppare la malattia di Parkinson rimane complessivamente basso e dipende da molteplici elementi.
Questi risultati devono quindi essere interpretati con cautela. Tuttavia, sono particolarmente interessanti perché rafforzano l’ipotesi che i fattori ambientali – oltre a quelli genetici – possano contribuire alla patogenesi della malattia di Parkinson. Comprendere meglio il ruolo dell’ambiente potrebbe in futuro aiutare a sviluppare strategie di prevenzione e politiche di salute pubblica volte a ridurre l’esposizione a sostanze potenzialmente dannose.
FONTI: Cole-Hunter T, et al. Long-Term Exposure to Air Pollution and Incidence of Parkinson's Disease: A Danish Nationwide Administrative Cohort Study. Mov Disord. 2026 Mar 2.
