Levodopa subito dopo la diagnosi di Parkinson: SI o NO?

pensatore rodinProf. Pezzoli, Giornata del Parkinson con AIP a Milano, 2019

Molti pazienti vengono per una seconda opinione, dopo che un neurologo ha fatto diagnosi di malattia di Parkinson ed ha consigliato di rimandare la terapia a base di levodopa il più possibile per conservarla come terapia per sintomatologia più grave. Il motivo è che in passato la comunità scientifica ha avanzato l’ipotesi che le complicazioni motorie che compaiono con la terapia a base di levodopa nel lungo termine (fluttuazioni motorie ovvero alternanza di periodi ON con beneficio e periodo OFF senza, e discinesie ovvero movimenti involontari) fossero proporzionali alla dose cumulativa assunta.

Pertanto, quando è arrivato il momento in cui serviva una terapia farmacologica, il neurologo ha prescritto qualche cos’altro, ma il paziente sta male, è sintomatico lo stesso.

Questo approccio è sbagliato. Nell’ambulatorio sponsorizzato dalla Fondazione Grigioni in Africa le complicazioni motorie sono state osservate in alcuni pazienti con malattia di Parkinson in fase avanzata (storia di malattia da una decina d’anni e mai trattati) fin dalla prima dose. Queste osservazioni hanno indotto la Fondazione a sponsorizzare uno studio clinico in Africa su 91 pazienti parkinsoniani, i cui dati sono stati confrontati con 182 pazienti italiani. I risultati dimostrano che l’insorgenza delle complicazioni motorie è indipendente dalla durata della terapia a base di levodopa, ma strettamente legata alla progressione naturale della malattia. Il motivo è semplice: all’inizio della malattia i terminali dei neuroni dopaminergici esistono ancora e la somministrazione del neurotrasmettitore mancante riesce a ripristinare la funzionalità dei circuiti nervosi dopaminergici, mentre nelle fasi avanzate della malattia il numero dei neuroni ancora vitali è notevolmente ridotto ed il ripristino può essere solo parziale.

Infine, è da ricordare la breve sopravvivenza dei pazienti parkinsoniani prima della introduzione della levodopa: la sopravvivenza media era di soli 8 anni.

In conclusione, nei pazienti di nuova diagnosi che richiedono una terapia farmacologica è bene iniziare una terapia a base di dosi molto basse di levodopa, che verranno successivamente aumentate ed integrate con altri farmaci e terapie anti-parkinson man mano che la malattia progredisce. Oggi esistono molte terapie anti-parkinson, ed il paziente parkinsoniano ha una lunga aspettativa di vita ed un rischio di grave disabilità (sedia a rotelle) molto basso.

Una trattazione più ampia dell’argomento si trova online in corrispondenza di questo LINK

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