Questo studio, risultato della consolidata collaborazione tra la Fondazione Pezzoli per la Malattia di Parkinson e il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO, è stato condotto su oltre 13.000 persone con malattia di Parkinson seguite tra il 1998 e il 2024, e ha analizzato in modo approfondito l’andamento dell’età di esordio della malattia negli ultimi decenni.
I risultati mostrano che il progressivo aumento dell’età in cui compaiono i primi sintomi è strettamente legato all’invecchiamento della popolazione generale, che spiega quasi completamente questo fenomeno. In altre parole, il Parkinson non sta cambiando né “posticipando” la sua comparsa per cause nuove o sconosciute, ma riflette il fatto che oggi si vive più a lungo rispetto al passato.
Accanto a questo dato, lo studio ha evidenziato che alcuni fattori possono comunque influenzare il momento di esordio della malattia: la familiarità per il Parkinson e l’esposizione a sostanze inquinanti sono associate a un esordio più precoce, mentre condizioni come diabete di tipo 2 e ipertensione risultano associate a una comparsa più tardiva dei sintomi. Nelle donne, anche una prima mestruazione più tardiva sembra essere associata a un esordio ritardato, suggerendo un possibile ruolo dei fattori ormonali.
Pur non consentendo di stabilire relazioni di causa-effetto, questi risultati confermano che, accanto all’invecchiamento demografico – principale determinante dell’aumento dell’età di esordio della malattia di Parkinson– anche fattori di salute generale e ambientali possono modulare il momento in cui la malattia di Parkinson si manifesta. I risultati dunque mostrano che l’invecchiamento della popolazione è il principale fattore alla base dell’aumento dell’età di esordio, mentre esposizioni individuali, fattori ambientali e comorbidità cardiovascolari/metaboliche contribuiscono alla variabilità tra le persone.
Anche se il tipo di studio (retrospettivo) può rappresentare un limite, nonostante ciò le ampie informazioni cliniche e ambientali hanno permesso di individuare associazioni solide. Studi futuri saranno utili per capire se modificare questi fattori possa influenzare l’insorgenza della malattia.