Parkinson e stile di vita: quanto contano movimento, alimentazione, sonno e relazioni?

Negli ultimi 20 anni l’attenzione agli stili di vita, intesi come le scelte di comportamento in un determinato contesto socioeconomico hanno avuto un crescente interesse da parte dei ricercatori; si parla di medicina degli stili di vita riferendosi all’esercizio fisico, l’alimentazione, sonno, relazioni sociali e gestione dello stress.

Una recente revisione pubblicata sul Journal of Neural Transmission ha analizzato le conoscenze disponibili su questi fattori cercando di capire quanto possano influire sulla malattia.

Il messaggio principale è importante: uno stile di vita sano non sostituisce le terapie per il Parkinson, ma può diventare una parte significativa del percorso di cura.

Tra tutti i fattori analizzati, l’attività fisica è quello per cui esistono alcune delle evidenze più solide. L’esercizio fisico è infatti in grado di migliorare il funzionamento dei circuiti cerebrali, ridurre l’infiammazione, attivare il rilascio di fattori neurotrofici.

Numerosi studi suggeriscono che le persone che praticano regolarmente attività fisica moderata o intensa abbiano una probabilità inferiore di sviluppare la malattia di Parkinson. Nelle persone che hanno già ricevuto la diagnosi, continuare a muoversi regolarmente può inoltre contribuire a mantenere più a lungo le capacità motorie. Quello che sembra contare soprattutto è la regolarità nel tempo più che il tipo di esercizio svolto.

Un altro settore molto studiato è quello dell’alimentazione. Le ricerche analizzate dagli autori indicano soprattutto un modello alimentare simile alla dieta mediterranea, ricco di verdura, frutta, cereali, legumi, pesce e altri alimenti poco lavorati.

Alcuni studi hanno osservato un’associazione tra questo tipo di alimentazione e un minor rischio di sviluppare il Parkinson o alcuni sintomi che possono precederlo, questo non significa che esista una “dieta contro il Parkinson”, ma un’alimentazione complessivamente equilibrata sembra essere la scelta più ragionevole sulla base delle conoscenze attuali.

Un consumo elevato di alimenti ultraprocessati è stato associato in alcuni studi a una maggiore presenza di sintomi come stitichezza, depressione e disturbi del sonno.

Sono inoltre in corso molte ricerche sul rapporto tra intestino, microbiota e Parkinson.

L’articolo dedica spazio anche agli integratori alimentari, i cosiddetti nutraceutici; sono stati studiati omega-3, vitamina D, coenzima Q10, vitamina E. Per alcune sono emersi risultati interessanti, ma gli autori sottolineano che le prove disponibili attualmente non confermano che esistano integratori che possano rallentare il Parkinson.

Anche risultati promettenti ottenuti in piccoli studi devono essere confermati su gruppi più numerosi di pazienti.

È quindi importante evitare il “fai da te”: l’eventuale assunzione di integratori dovrebbe essere valutata con il medico, soprattutto perché possono esistere interazioni con altre terapie.

I disturbi del sonno sono molto frequenti nel Parkinson. Più della metà delle persone può soffrire di insonnia ed è inoltre frequente la sonnolenza durante il giorno. E’ noto che un particolare disturbo del sonno noto come disturbo comportamentale del sonno REM (RBD) può addirittura essere presente prima dell’esordio dei sintomi; gli autori concludono che il disturbo del sonno, più che essere un fattore di rischio per il Parkinson sia un sintomo prodromico. Dormire meglio può avere effetti positivi sul benessere generale e sulla gestione dei sintomi propri della malattia.

Lo stress può accentuare i sintomi della malattia, come riferito dai pazienti e confermato dalla ricerca; per esempio, tremore, difficoltà nel movimento, problemi del cammino, discinesie, disturbi del sonno e dell’umore possono peggiorare in un periodo particolarmente stressante.

Tecniche di mindfulness (alla lettera la piena consapevolezza), yoga e altri interventi per la gestione dello stress hanno evidenziato possibili benefici soprattutto su ansia, depressione e qualità della vita.

La revisione richiama l’attenzione anche su un elemento meno discusso: la solitudine.

Le persone con Parkinson possono progressivamente ridurre le proprie attività sociali a causa delle difficoltà motorie, dei problemi nel parlare, della depressione o semplicemente della paura di trovarsi in situazioni difficili.

Alcuni studi hanno associato la solitudine a un peggior funzionamento generale nelle persone con Parkinson. Si può così creare un circolo vizioso: le difficoltà portano all’isolamento e l’isolamento può contribuire a ridurre ulteriormente attività e autonomia.

Mantenere rapporti familiari, amicizie, attività di gruppo e occasioni di partecipazione sociale dovrebbe quindi essere considerato parte del benessere complessivo della persona.

La ricerca sullo stile di vita nel Parkinson sta crescendo rapidamente, ma molte domande rimangono ancora aperte, soprattutto se e quali stili di vita possano essere in grado di incidere sull’andamento della malattia modificandone l’evoluzione. Le evidenze più consistenti riguardano al momento l’esercizio fisico e la fisioterapia, andranno condotti studi su un campione ben più numeroso di pazienti e di lunga durata per poter rispondere a questa domanda.

La prospettiva più interessante proposta dagli autori è quella di una “medicina dello stile di vita” personalizzata, nella quale farmaci, riabilitazione, alimentazione, movimento, sonno e benessere psicologico vengano considerati insieme come modo di affrontare complessivamente la malattia.

Non si tratta quindi di trovare un comportamento capace di “curare” il Parkinson ma di costruire, accanto alle terapie mediche, un insieme di abitudini che possa contribuire alla salute e alla qualità della vita nel lungo periodo.

 

FONTI: Süß P., Regensburger M., Gassner H., Winkler J. Lifestyle medicine in Parkinson’s disease. Journal of Neural Transmission. 2026;133:279–295. DOI: 10.1007/s00702-025-03059-y.

 

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