Una vita mentalmente attiva può fare la differenza nel Parkinson?

Perché alcune persone con Parkinson mantengono più a lungo buone capacità cognitive rispetto ad altre? Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere la riserva cognitiva, un concetto che indica la capacità del cervello di adattare e utilizzare le proprie risorse per far fronte ai cambiamenti legati alla malattia. La riserva cognitiva è stata studiata prevalentemente nella malattia di Alzheimer ed è stata associata alle esperienze e alle attività che caratterizzano lo stile di vita nel corso della vita.

Un gruppo di ricercatori nel 2024 si è chiesto se questo concetto possa essere applicato anche al funzionamento cognitivo nella malattia di Parkinson. Tra gli indicatori tradizionalmente utilizzati per stimare la riserva cognitiva figurano gli anni di istruzione. Tuttavia l’apprendimento e la stimolazione cognitiva non si esauriscono nel percorso scolastico, ma proseguono attraverso numerose esperienze e attività nel corso della vita. Per questo sono stati sviluppati strumenti multidimensionali che tengono conto anche della complessità dell’attività lavorativa, delle attività svolte nel tempo libero e del coinvolgimento sociale e intellettuale.

I ricercatori hanno considerato 169 persone con Parkinson: 81 senza compromissione cognitiva e 88 con disturbo cognitivo lieve, Mild Cognitive Impairment (MCI), associato alla malattia di Parkinson (PD-MCI). Per valutare le capacità cognitive, i partecipanti sono stati sottoposti a una batteria neuropsicologica completa, che comprendeva prove relative a funzioni esecutive, memoria, attenzione, abilità visuospaziali e linguaggio, oltre a una misura della cognizione globale.

La riserva cognitiva è stata invece stimata attraverso il Lifetime of Experiences Questionnaire (LEQ), un questionario che considera la complessità delle esperienze educative, lavorative e delle attività cognitive e sociali accumulate nel corso della vita. Il questionario prende in considerazione tre periodi: giovane età adulta (13-30 anni), mezza età (30-65 anni) e tarda età (dai 65 anni o dal pensionamento).

Nella giovane età adulta vengono considerate soprattutto le esperienze educative e formative. Nella mezza età viene valutata principalmente la complessità dell’attività lavorativa, mentre nella tarda età vengono considerate diverse attività sociali e intellettuali, come il volontariato, l’appartenenza ad associazioni, le attività quotidiane, l’uso dei media e la formazione continua. In tutte le fasi della vita vengono inoltre considerate attività come leggere, viaggiare, frequentare i familiari, praticare attività artistiche, suonare uno strumento musicale, svolgere attività fisica e parlare una lingua straniera.

Gli autori hanno osservato che le persone con Parkinson senza compromissione cognitiva avevano, in media, un punteggio di riserva cognitiva leggermente superiore rispetto alle persone con PD-MCI. La differenza riguardava soprattutto le attività della mezza e della tarda età, mentre non sono emerse differenze significative per le esperienze della giovane età adulta. È importante sottolineare che anche le differenze nella riserva cognitiva erano di piccola entità.

Analizzando più nel dettaglio il rapporto tra attività svolte nelle diverse fasi della vita e prestazioni cognitive, gli autori hanno osservato che un maggiore livello di complessità delle esperienze e delle attività svolte tra i 30 e i 65 anni era associato a una migliore cognizione globale, a migliori funzioni esecutive, memoria e abilità visuospaziali. Anche in tarda età le attività più complesse erano associate a una migliore cognizione globale e a migliori funzioni esecutive. Le esperienze della giovane età adulta non mostravano invece un’associazione significativa con le prestazioni cognitive considerate nello studio.

Anche nelle valutazioni longitudinali, effettuate nell’arco di un massimo di quattro anni, le persone con una maggiore riserva cognitiva tendevano a mostrare prestazioni cognitive migliori. Tuttavia, questo risultato non permette di concludere che una maggiore riserva cognitiva determini necessariamente un declino più lento.

Come interpretare dunque questo risultato?  Una possibile spiegazione proposta dagli autori è che una maggiore riserva cognitiva possa sostenere più a lungo le prestazioni cognitive, fino a un punto in cui i meccanismi di compensazione non riescono più a far fronte ai cambiamenti legati alla malattia e il declino può apparire più evidente.

Bisogna tenere conto, inoltre, anche del rapporto inverso tra attività e funzionamento cognitivo. Una persona che sta già iniziando a sperimentare difficoltà cognitive potrebbe, infatti, ridurre progressivamente le attività complesse e stimolanti che svolge. Questa riduzione potrebbe verificarsi anche prima che il deterioramento cognitivo sia sufficientemente evidente da consentire una diagnosi. Di conseguenza, è difficile stabilire quale dei due fenomeni preceda l’altro: se una maggiore partecipazione ad attività complesse contribuisca a mantenere migliori prestazioni cognitive oppure se un migliore funzionamento cognitivo permetta alle persone di continuare più a lungo a svolgere attività complesse.

FONTI: Ophey A, et al.  Mid- and late-life lifestyle activities as main drivers of general and domain-specific cognitive reserve in individuals with Parkinson's disease: cross-sectional and longitudinal evidence from the LANDSCAPE study. J Neurol. 2024 Aug;271(8):5411-5424. doi: 10.1007/s00415-024-12484-0. Epub 2024 Jul 1. PMID: 38951175; PMCID: PMC11319368.

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