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La malattia di Parkinson è dovuta all'invecchiamento precoce di cellule nervose a causa della carenza di fattori di crescita? Dr Goldwurm, genetista

I fattori di crescita tornano alla ribalta dopo la scoperta di un nuovo gene durante la Conferenza Stampa del 10 aprile 2008 a Roma. Intervista con il Dr Goldwurm del Centro Parkinson ICP di Milano

In che cosa consiste la scoperta?

I dati delle nostre ricerche suggeriscono fortemente che abbiamo scoperto uno dei 13 geni coinvolti nello sviluppo della malattia di Parkinson (PARK11) , di cui si conosceva l'ubicazione (cromosoma 2), ma non la natura e la funzione. Secondo le nostre ricerche, corrisponde al gene, detto GIGYF2, che regola i segnali di un fattore di crescita detto IGF1 (fattore di crescita simile all'insulina). Quando un soggetto presenta mutazioni di questo gene è a rischio di sviluppare la malattia. Da questo possiamo dedurre che il rischio di svilupparla aumenta quando i fattori di crescita non funzionano normalmente.

Come avete avuto l'idea di condurre questo studio?

C'è stato lo zampino di Internet. Quando abbiamo fondato la Banca del DNA, di cui sono il Direttore, abbiamo pensato di dedicare una pagina web ai ricercatori che avessero buone idee per ricerche sulla malattia di Parkinson, ma a cui mancava la materia prima per poter lavorare, ovvero campioni di DNA di pazienti parkinsoniani corredati con dati dettagliati sul caso.

La biologa ricercatrice francese Dr Corinne Lautier, che stava svolgendo ricerche di genetica presso il Reparto di Endocrinologia dell'Ospedale a Rhode Island negli Stati Uniti, era interessata ad approfondire lo studio del gene GIGYF2 coinvolto nella regolazione della trasmissione dei segnali dell'insulina e del fattore di crescita simile all'insulina (IGF1). Si è resa conto che questo gene era situato proprio in corrispondenza del sito del cromosoma 2 dove doveva essere un gene coinvolto nello sviluppo della malattia di Parkinson detto PARK11 ed ha pensato che sarebbe stato interessante verificare se i due coincidevano. Ha trovato un centro nel Suo paese di origine in grado di analizzare il DNA dei pazienti (INSERM U679 and Pierre and Marie-Curie-Paris6 University, UMR S679 Pitiè-Salpêtrière Hospital, Paris), ma dove poteva trovare campioni di DNA di pazienti parkinsoniani da analizzare? Il centro francese poteva trovare una casistica ristretta; inoltre era bene avere una casistica non solo nazionale, in quanto il patrimonio genetico francese poteva avere delle particolarità non condivise a livello internazionale.

Ha fatto una ricerca su Internet ed ha trovato il sito . Da lì è partita una fruttuosa collaborazione che ha portato alla conduzione dello studio che ha permesso la scoperta.


080410_270px-gene.pngCome si è svolto?

È stato analizzato il DNA di

  • 123 pazienti di razza caucasica e 131 controlli provenienti dal centro Parkinson ICP a Milano
  • 126 pazienti di razza caucasica e 96 controlli provenienti dal Gruppo di Studio della Genetica della Malattia di Parkinson Francese.

L'analisi riguardava la sequenza dei nucleotidi di 27 esoni (sequenza di nucleotidi che codificano insieme una proteina) appartenenti al gene di interesse.

Inizialmente sono stati analizzati gli esoni di tutti i 249 pazienti.

Sono state riscontrate mutazioni che comportavano 7 tipi di sostituzione di un amino acido in 12 pazienti: un tipo di sostituzione era presente in 4 pazienti (un paziente italiano e tre pazienti francesi) ed un altro in 3 pazienti (due pazienti italiani ed uno francese), le altre sostituzioni sono state riscontrate in un solo paziente.

Poi sono stati analizzati tutti gli esoni in 227 controlli sani (131 italiani e 96 francesi). Non è stata riscontrata alcuna delle mutazioni rilevate nei pazienti parkinsoniani. In un solo controllo era presente una sostituzione di un amino acido assente nei pazienti.

Inoltre le 7 mutazioni identificate nei parkinsoniani non sono state trovate in un ulteriore gruppo di 96 controlli.

In compenso, è stato possibile analizzare il DNA di alcuni parenti affetti da malattia di Parkinson dei pazienti portatori di una mutazione. Tutti i casi studiati presentavano anch'essi la mutazione presente nel loro parente che aveva partecipato allo studio.

Ha affermato prima che i dati "suggeriscono fortemente" che PARK11 corrisponda al gene GIGYF2. Questo implica che non siete ancora certi al 100%. Cosa pensate di fare per confermare la scoperta ?

Abbiamo intenzione di ampliare notevolmente la popolazione di pazienti. Quando avremo ripetuto le stesse analisi in un migliaio di pazienti ed ottenuto risultati simili potremo ragionevolmente essere certi che il dato corrispondono a verità. Abbiamo inoltre intenzione di sviluppare un modello animale detto "Zebrafish" in cui potremo studiare gli effetti di alterazioni genetiche (mutazioni) indotte sperimentalmente a livello molecolare, per capire meglio esattamente che cosa succede nelle cellule.

In base ai numeri appare evidente che gli studio non sarebbero possibili senza la Banca del DNA presso il centro Parkinson ICP di Milano. Da quanto tempo esiste, quanto è grande e chi la sostiene economicamente? Quanti studi sono già stati resi possibili con la Banca?

La Banca ha aperto i battenti nel 2002 ed attualmente contiene circa 4.000 campioni di DNA sia di pazienti affetti da varie malattie degenerative, soprattutto pazienti affetti da malattia di Parkinson, che di soggetti sani che vengono usati come gruppo di controllo.

Ogni giorno se ne aggiungono di nuovi. Afferiscono al centro Parkinson ICP di Milano circa 1.300 pazienti nuovi all'anno ed a tutti viene chiesto di donare un campione di sangue alla Banca del DNA. La maggior parte dona volentieri.

La Banca viene sostenuta economicamente per metà dalla Fondazione Grigioni per il morbo di Parkinson e per metà da Telethon.

Finora sono stati pubblicati poco più di 20 studi in cui sono stati analizzati campioni di DNA provenienti dalla Banca.

È chiaro che ricerche come questa sono importanti per i ricercatori che desiderano ampliare le loro conoscenze sulla malattia di Parkinson. Ma hanno importanza per i malati?

Assolutamente sì. Lo scopo fondamentale della identificazione dei geni consiste nella scoperta di meccanismi anormali alla base della malattia. Quando il gene è stato identificato, è possibile svolgere studi per capire a che cosa serve il gene e da lì si può capire quale è il meccanismo che si inceppa, contribuendo allo sviluppo della malattia.

Solo quando tali meccanismi sono noti è possibile mettere a punto terapie mirate a correggere il problema e non più solo terapie sintomatiche, come quelle attuali, che controllano in sintomi, ma non curano la malattia.