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Risposta di lunga durata della levodopa: conseguenze pratiche

pezzoliIntervista a Prof. Pezzoli, Presidente della Fondazione Grigioni per il morbo di Parkinson e di AIP, Associazione Italiana Parkinsoniani, da parte di Jennifer Hartwig

JH: Buongiorno Professore. Finora io ho sempre saputo che la levodopa era il farmaco più efficace in assoluto per la malattia di Parkinson, ma che aveva una caratteristica negativa ovvero che l’effetto è di breve durata, rendendo necessarie assunzioni ripetute nell’arco della giornata. Ed ora, invece, salta fuori che presenta anche un effetto di lunga durata. Sospettavate già che ci fosse questo effetto oppure è stata una sorpresa?

GP: lo sospettavamo già, ovviamente. Il problema era l’impossibilità di svolgere gli studi necessari per dimostrare l’effetto di lunga durata nei pazienti parkinsoniani in fase avanzata nel mondo occidentale, dove sono tutti già in terapia farmacologica, che non può essere interrotta per motivi etici.

Paziente protetto anche durante le fasi OFF

JH: Ed ecco che sono stati utili ancora una volta gli ambulatori sostenuti dalla Fondazione Grigioni in Africa, dove avete dimostrato che le fluttuazioni motorie e le discinesie sono dovute alla progressione della malattia di Parkinson e non alla durata della terapia a base di levodopa nel 2014, un concetto che ha rivoluzionato l’approccio farmacologico alla malattia. Immagino che anche la documentazione dell’effetto di lunga durata e la misurazione della sua entità possano avere conseguenze importanti per la pratica clinica.

GP: Assolutamente sì. Noi abbiamo dimostrato che esiste un effetto di lunga durata che protegge il paziente anche nelle fasi OFF, quando cessa l’effetto di breve durata, e questo annulla le riserve da parte di specialisti e pazienti sull’avvio della levodopa all’inizio della malattia a causa della preoccupazione che il beneficio possa essere limitato. Da tenere presente che l’effetto di lunga durata corrisponde al 60-65% del beneficio totale offerto dal farmaco e che è presente indipendentemente dalla durata della malattia.

Attenzione quando si fa ricerca sulla progressione di malattia

JH: Ci sono conseguenze anche per chi fa ricerca? Immagino che pressochè tutti i pazienti parkinsoniani arruolati in studi clinici siano in terapia con levodopa …

GP: Sì, ci sono conseguenze importanti anche per i ricercatori. Finora essi prendevano in considerazione solo l’effetto di breve durata della levodopa per le ricerche sulla progressione della malattia e pertanto si limitavano a sospendere la levodopa per 12 ore prima di misurare la funzionalità motoria, pensando così di ottenere una buona misurazione dell’andamento della malattia senza il mascheramento da parte della terapia. Ora sappiamo che l’interruzione deve essere più lunga, idealmente di qualche settimana.

JH: A che cosa è dovuta la risposta di lunga durata alla levodopa? Presumo che il meccanismo sia diverso da quello alla base della risposta di breve durata.

GP: A dire il vero, non lo sappiamo con certezza. Lo studio suggerisce che vi sia un meccanismo alla base della risposta di lunga durata che non riguarda la degenerazione dei neuroni dopaminergici. Sono necessari ulteriori studi per comprendere meglio il fenomeno.

Migliorano anche i problemi con l’equilibrio

JH: Il titolo del lavoro è “Storia naturale della sintomatologia motoria nella malattia di Parkinson e la risposta di lunga durata alla levodopa”. Dà l’impressione che abbiate studiato qualcosa di più oltre alla risposta di lunga durata alla levodopa.

GP: Effettivamente abbiamo usato i dati relativi alla storia di malattia dei 30 pazienti mai trattati per calcolare la velocità di progressione della malattia ovvero di quanto peggiorano i punteggi UPDRS nel tempo. Dal confronto di questi dati con quelli relativi alla progressione della malattia con levodopa è emersa la scoperta della risposta di lunga durata alla levodopa e la sua quantificazione. Inoltre, abbiamo anche raccolto dati su sintomi specifici ed abbiamo constatato che, contrariamente a quanto si crede, i problemi con l’equilibrio che predispongono alle cadute migliorano in risposta alla levodopa, un altro motivo per iniziare precocemente la terapia a base di levodopa.

JH: Mi ricordo che negli studi precedenti i pazienti sviluppavano le fluttuazioni motorie precocemente. Questo è avvenuto anche in questo studio?

GP: Sì, anche questi pazienti hanno presentato le cosiddette complicazioni a lungo termine della levodopa dopo solo 1 o 2 anni di terapia, a conferma dei risultati dello studio di 6 anni fa.

Continuano gli studi in Africa anche dal punto di vista umanitario

JH: L’Africa, dunque, è l’ambiente ideale dove svolgere ricerca sulla storia naturale della malattia. La Fondazione è stata lungimirante quando ha aperto gli ambulatori in Ghana ed in Zambia. Avete intenzione di continuare le ricerche là?

GP: Questo studio è nato da un’attività che stiamo sostenendo da quasi 15 anni nell’Africa subsahariana. Attualmente la Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson segue circa 800 pazienti fra Ghana e Zambia. Quest’impegno ci ha permesso di osservare l’evoluzione naturale della malattia e la sua interazione con terapia in pazienti non trattati anche per più di 20 anni. Continuare questi studi in Africa sarà ancora uno dei nostri obiettivi anche dal punto di vista umanitario, al fine di garantire il trattamento gratuito a molti pazienti che, per mancanza di risorse economiche, non potrebbero diversamente accedere a terapie economicamente insostenibili per queste aree geografiche a basso reddito. Tutti questi studi vengono condotti, ovviamente, secondo le norme etiche internazionali.

 

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Un lascito testamentario per un futuro senza Parkinson