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Come funziona la riabilitazione nel Parkinson?

Intervista al Dr. Giuseppe Frazzitta
Direttore Dipartimento di Riabilitazione Malattia di Parkinson - Ospedale "Moriggia-Pelascini" Gravedona ed Uniti (Como)

JH:  Dr. Frazzitta, ormai lei non ha bisogno di presentazioni.  Tutti la conoscono come l'esperto di riabilitazione per i malati di Parkinson.  Ho sentito che ci sono novità, che sta per pubblicare una ricerca innovativa.  Ha forse aggiunto qualcosa al protocollo per la riabilitazione dei parkinsoniani?

GF:  No, il protocollo attuale funziona bene, così bene che mi è venuta spontanea la domanda:  come funziona?  Ovvero, in altre parole quali sono i meccanismi d'azione, quale è la base biologica per spiegare questi risultati così buoni?  A questo punto ho consultato la letteratura.  Ho trovato molti studi sugli effetti dell'esercizio in animali, anche in animali resi simil-parkinsoniani tramite lesioni neurologiche indotte da tossine.  Ho scoperto che esistono studi nei topi ed anche nelle scimmie rese parkinsoniane in cui protocolli di esercizio intensivo permettevano di ottenere una regressione completa dei sintomi motori.  

JH:  Scusi se la interrompo.  Regressione completa?   Stiamo parlando di guarigione ottenuta con l'esercizio?

GF:  Non parliamo di guarigione, perché in realtà nell'animale sperimentale la malattia è indotta. Diciamo che i ricercatori hanno ottenuto una remissione completa della sintomatologia clinica ed un grande miglioramento nella produzione della dopamina nei nuclei della base – un risultato sorprendente.  Esaminando diversi fattori biologici, i ricercatori hanno scoperto che la remissione era correlata, fra le altre cose, ad un aumento della BDNF.

JH.  BDNF … Brain Derived Neurotrophic Factor = fattore neurotrofico derivato dal cervello in parole più semplici il Fattore di Crescita Cerebrale.  È corretto?

GF:  Proprio così.

JH:  Il BDNF viene aumentato dall'esercizio anche nell'uomo?  

GF:  Incredibile, ma vero, ho trovato qualche studio nell'anziano che suggeriva che il fenomeno succedesse anche nell'uomo, ma non ho trovato neanche uno studio nei pazienti parkinsoniani.  -  Ed allora l'ho fatto io, come primo studio nell'ambito di un progetto di ampio respiro con lo scopo di comprendere a fondo gli effetti della riabilitazione.

JH:  Mi  descriva lo studio.

GF:  Ho reclutato 20 pazienti con diagnosi di malattia di Parkinson nelle fasi iniziali della malattia (Hoehn & Yahr 1-1.5 ovvero senza problemi di equilibrio), tutti con la stessa terapia farmacologica ovvero rasagilina alla dose standard per almeno 8 settimane, tutti non dementi, non depressi, senza problemi importanti a carico della vista o dell'udito e senza altri problemi neurologici o ortopedici che potevano interferire con la riabilitazione.  Li ho suddivisi in due gruppi:
1)    (10 pazienti) hanno continuato la terapia farmacologica e venivano sottoposti al programma intensivo di riabilitazione  (3 sessioni quotidiane di 1 ora ciascuna, 5 giorni alla settimana, per 4 settimane),
2)     (10 pazienti) hanno continuato con la sola terapia farmacologica per 4 settimane.  Abbiamo effettuati prelievi di sangue al basale e dopo 10, 20 e 28 giorni (giorno di dimissione) per misurare i livelli di BDNF nel sangue al mattino dopo il riposo notturno.  Inoltre, i pazienti sono stati sottoposti a visite neurologiche ripetute, con annotazione del punteggio totale e motorio sulla scala UPDRS (una scala internazionale che misura la gravità della sintomatologia parkinsoniana).  

JH:  Come mai ha inserito pazienti nelle prime fasi della malattia?  I risultati non sarebbero stati più pronunciati in pazienti nelle fasi intermedie della malattia?

GF:  La scelta è stata dettata dalla mia convinzione che la fisioterapia debba essere introdotta precocemente nella gestione della malattia di Parkinson, ma anche per avere tutti pazienti che assumessero lo stesso farmaco in modo da non creare distorsioni nella interpretazione dei risultati.

JH:  Mi ricordi che cosa dovevano fare i pazienti durante le 3 sedute quotidiane di riabilitazione.

GF:  La prima seduta prevedeva una serie di esercizi di stretching e di rilassamento che coinvolgevano tutti i principali gruppi muscolari del corpo.  La seconda seduta prevedeva esercizi per migliorare l’equilibrio su una piattaforma stabilometrica e l'uso del tapis roulant (tappeto ruotante) per migliorare il cammino.  La terza era di terapia occupazionale con lo scopo di migliorare l’autonomia nelle attività quotidiane.

JH:  E allora, BDNF è aumentato con l'esercizio nei parkinsoniani?

FG:  Sì, è aumentato del 16% al 10° giorno e l'aumento si è mantenuto fino alla fine dello studio nei pazienti sottoposti a riabilitazione, mentre i valori sono rimasti stabili nei pazienti assegnati alla terapia farmacologica da sola.  L'aumento andava di pari passo al miglioramento del punteggio motorio sulla scala UPDRS.

JH:  Interessante.  E dopo lo studio?  Gli effetti sono rimasti nel tempo oppure no?  

GF:  Domanda pertinente, perché dalla riposta dipende la durata ottimale dei protocolli di riabilitazione.  Attualmente la risposta non è disponibile, perché in questo studio i livelli sono stati misurati solo fino alla dimissione.  Tuttavia, come ho già detto, questo è il primo studio di un progetto più ampio ed è già in corso uno studio a lungo termine per vedere che cosa succede nell'arco di due anni.

JH:  Avrei anche altre domande.  OK, il fattore di crescita BDNF può essere responsabile del miglioramento.  Se non erro è il fattore di crescita  che producono le cellule staminali mesenchimali e che si pensa possa permettere alla terapia a base di cellule staminali mesenchimali autologhe di funzionare.  Almeno, quello è la speranza dei ricercatori che lavorano alla ricerca sponsorizzata dalla Fondazione Grigioni.  Dico bene?

GF:  Sì il fattore di crescita è lo stesso.

JH:  Tuttavia, influenza solo quello o c’è altro?  Inoltre, come mai l'esercizio influenza proprio BDNF?

GF:  Ripeto, questo primo studio è solo l’inizio di un progetto di ricerca più ampio che darà risposte anche a queste domande.

JH:  Ho capito.  Allora conviene fermarci qui e risentirci quando il progetto è andato avanti.  Quando pensa di avere ulteriori risultati?

GF:  Abbastanza presto.  Lo studio a lungo termine sta per finire, per cui prima della fine dell'anno.

JH:  Infine, prima di congedarci, quale è il messaggio per i lettori alla luce dei risultati di questo primo studio?

GF:  Che l'esercizio fa bene e che i  pazienti parkinsoniani dovrebbero seguire un piano di esercizi da subito, non appena viene formulata la diagnosi.  Attualmente non ne ho le prove, ma io sono convinto che la fisioterapia possa veramente contrastare il peggioramento della sintomatologia e permettere alla terapia farmacologica di funzionare meglio, con dosaggi più bassi e con minori effetti collaterali.